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Borca di Cadore - Bórcia

Provincia di Belluno - Regione del Veneto


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Cenni storici

BORCA DI CADORE

a cura di Vittorio Bolcato

 

1. IL TERRITORIO
1.1. Note geografiche e idrografiche
1.2. Il territorio comunale

2. LA STORIA
2.1. Dagli inizi alla dominazione dei patriarchi di Aquileia
2.2. Con la Serenissima Repubblica di Venezia
2.3. Con i Francesi e con gli Austriaci
2.4. Gli anni del Risorgimento
2.5. Il Regno d’Italia
2.6.  La Repubblica Italiana

3. ORGANIZZAZIONE CIVILE E RELIGIOSA
3.1. La Magnifica Comunità di Cadore, il Centenaro di San Vito, i Consorzi dei Monti di Vodo e di San Vito
3.2. La Regola Grande di Borca e la Regola della Chiesa di San Simon

4. LE CHIESE
4.1. La chiesa distrutta dei SS. Simone e Giuda Taddeo di Borca (1331)
4.2 La nuova chiesa dei SS. Simone e Giuda Taddeo di Borca in località Giei (Fusineles) (1745)
4.3 La chiesa di San Rocco di Cancìa (1614)
4.4 La chiesa di San Lorenzo di Taulèn (Villanova) (1684)
4.5. La chiesa campestre di S. Cancìano (1418)
4.6. La chiesa di Nostra Signora del Cadore nel Villaggio di Corte (1961)

5. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


1. IL TERRITORIO

1.1. Note geografiche e idrografiche
Borca è un paese del Cadore posto circa a metà del corso del torrente Boite a quota 942 m s.l.m. tra i monti Pelmo (m 3168) sulla destra idrografica del torrente e Antelao (m 3264) sulla sinistra; ad occidente fanno da sfondo le Rocchette (Rocchetta m 2496, Rocchetta di Sorarù m 2374). La valle del Boite si allarga in Ampezzo e si mantiene ampia fino a Borca. Il Boite, da cui la valle prende il nome, nasce poco a monte di Campo Croce in Ampezzo, attraversa Cortina e San Vito e raggiunge Borca dopo circa 29 km dalla sorgente; confluisce nel Piave a Perarolo di Cadore.
I valichi del Serla e della forcella Forada, posti  ai lati del Pelmo, hanno favorito nei secoli il collegamento con i cadorini di Zoppè, Pescul e Selva. Il versante in direzione del Pelmo sale senza forti pendenze tra prati, boschi e pascoli, mentre quello verso l’Antelao è più aspro e ripido.
Il versante della destra idrografica è ricco di corsi d’acqua e di risorgive: il rù Orsolina nasce sotto il crinale di Roàn e raccoglie sulla sua destra il rù de Coroto, il rù de Sotiera e il rù de Pian de Madier o de Costa brusada; sulla sua sinistra riceve il rù de Rù e il rù dei Ciampe. Il Boite, sempre sulla sua destra, riceve il rù de la Stia e il rù de Ciariol. Il rù de Ràsola proviene dalle pendici del monte Penna e forma la cascata detta del Pisalàndro o Pisàndro nel salto della crepa (m 60). Sulla destra raccoglie ancora il rù del Giau che nel tratto terminale è chiamato rù de Palùses e poi rù de Sociastèl.
Sulla sinistra idrografica della valle non ci sono corsi d’acqua a carattere perenne. Con le forti precipitazioni l’acqua scorre lungo il canalone detto della rovina di Cancìa. Il canalone nasce dalla confluenza della val Gravolona che scende dalla forcella Salvella con l’impluvio che scende dal Bus del Diau.

1.2. Il territorio comunale
L’attuale superficie amministrata dal Comune di Borca è di Ha 2699, dei quali 2115 sono rappresentati da superfici agrarie e forestali e 584 da terreni improduttivi. Non comprende il Pelmo e gli ampi territori ai suoi piedi, ma si estende invece in val Fiorentina e in val Zoldana. Il territorio comunale sul versante sinistro del Boite e su quello destro fino ai piedi di Roton coincide con l’antico “regolato” di Borca come si ricava dall’art. 63 del Laudo rinnovato e autenticato il 28 giugno 1502 dal Capitano del Cadore Novagero (Archivio della Magnifica Comunità di Cadore, b. 128, f. 75).
Il territorio verso ovest tra il Pelmo e la Rocchetta fino in Val Fiorentina e in val Zoldana apparteneva anticamente al Centenaro di San Vito con le Regole di Festornigo e Mondeval del quale facevano parte alle Regole di San Vito e di Borca.
La Regola di Borca comprendeva le “ville” di Borca, Sala, Taulen, Marceana e Cancìa. Parte di quest’ultima apparteneva al Consorzio dei Monti di Vodo. Tale assetto è durato fino alla caduta della Serenissima Repubblica di Venezia (1797). Sotto i francesi le Regole furono soppresse e trasformate in Comuni e le “ville” in frazioni del Comune; fu compilato il catasto terreni che fu portato a termine nel 1848 durante il Regno Lombardo-Veneto. 
Il territorio del Centenaro di San Vito fu suddiviso in porzioni detti censuari e si ebbero i censuari di Borca, Cancìa, Durona e Fiorentina, Pescul, Mondeval di Sotto, Mondeval di Sopra, Giau, Senes, Palafavera, Alleghe e Chiapuzza. Al Comune di Borca, costituito nel 1822, furono assegnati i censuari di Borca, Cancìa, Durona e Fiorentina. Tale assetto rimase in vigore fino al 1956 quando il nuovo catasto soppresse i censuari (detti di Napoleone o di Maria Teresa) e il territorio fu suddiviso in fogli che uniti formano il territorio amministrativo del Comune di Borca.

2. LA STORIA

2.1. Dagli inizi alla dominazione dei patriarchi di Aquileia
La storia di Borca si identifica con quella vissuta dal Cadore ed è noto che il  Cadore ha radici assai profonde; la sepoltura mesolitica di Mondeval, i reperti preistorici, le iscrizioni venetiche, le statuette di Làgole, l’elmo gallico di Vallesella, i mosaici della casa romana a Pieve ne rappresentano le più antiche testimonianze.
 Nel periodo romano il Cadore apparteneva alla tribù Claudia, come documenta una lapide del I sec. d. C. scoperta a Valle di Cadore nel 1876,  e al municipio di Iulium Carnicum.
All’epoca dell’invasione longobarda (sec. VI d. C.) il Cadore faceva parte del Ducato del Friuli. L’ordinamento imposto era il seguente: ogni gruppo di dieci famiglie, chiamato fara, costituiva una decanìa cui era proposto un ufficiale il decanus;  cento fare costituivano una centena o sculdascia con a capo lo sculdascio ed erano alle dipendenze del Gastaldato che costituiva la prima divisione del Ducato.
In età carolingia il Cadore divenne un Comitatus, pur rimanendo le suddivisioni longobarde per decanìa, centena; il decanus fu chiamato maior o maricus e lo sculdascio centenarius.
L’antica suddivisione rimase anche sotto la dominazione dei duchi di Carinzia e i patriarchi di Aquileia: dalla decanìa derivarono le Regole e più Regole formavano il centenarius (l’antica suddivisione della centena o sculdascia).
Le uniche notizie che riguardano questa regione fra l’VIII e il X sec. si trovano in due diplomi. Nel primo, sanzionato nell’810 da Carlo Magno, si pone per confine settentrionale fra il patriarcato di Aquileia e la metropoli di Salisburgo, appena istituita, il corso della Drava. Con questo Aquileia acquisiva un vasto territorio oltre le Alpi carniche e giulie del quale faceva parte il Cadore, anche se non esplicitamente nominato. Nel secondo diploma Berengario assegna nel 923 al vescovo di Belluno Aimone la cappella di S. Salvatore di Collalto e le “decime de Cadubrio” che ad essa spettano.
Nell’età sassone (960) con la subordinazione della Marca friulana – comprendente il Cadore – al ducato di Baviera e al ducato di Carinzia, nella regione inizia una penetrazione culturale proveniente dal nord.
Nel 1077 Enrico IV assegna al Patriarca di Aquileia la “curia” del Cadore e il patriarca subinfeuda i da Colfosco a cui passa, per eredità poco dopo il 1138, ai da Camino.
Verso la metà del XII secolo il Cadore diventa una via di traffico commerciale abbastanza frequentata. La chiesa di Frisinga (=Freising) riteneva d’avere diritti antichissimi su questo territorio, documentati da un diploma falsificato o per lo meno interpolato di Ottone II di Frisinga (il cronista fu zio dell’imperatore) che trasse in inganno Federico Barbarossa, il quale nel 1140, con il diploma di Corrado II, confermò alla chiesa di Frisinga il comitato di Cadore. Nel 1159 Guecellone da Camino citato dal vescovo di Frisinga davanti al tribunale imperiale fu condannato a restituire il Cadore alla chiesa di Frisinga, benché le vicende successive abbiano reso inoperante il verdetto imperiale.
E’ spiegabile perché il vescovo di Frisinga non volesse perdere ciò che aveva e che cercasse anzi di allargare i suoi diritti e i suoi possedimenti ricorrendo anche a documenti interpolati o addirittura falsificati e che per contro i patriarchi di Aquileia, resistendo in tribunale, non ammettessero di essere spogliati del loro antico feudo e di vederne estromessi i loro vassalli.
Nel 1235 i Caminesi promulgano gli Statuta et banna posita in Cadubrio,  che saranno alla base di quelli emanati nel 1338 e di quelli stampati nel 1545.

2.2. Con la Serenissima Repubblica di Venezia
Il dominio feudale dei patriarchi cessò nel 1420 quando Venezia s’impadronì del Friuli e di parte dell’Istria; pure il Cadore ne seguì le sorti e nello stesso anno deliberò la dedizione alla Serenissima Repubblica. Eamus ad bonos Venetos! proclamarono i membri del Consiglio cadorino recatisi nel palazzo della Comunità di Pieve dopo aver partecipato ad una messa officiata nella chiesetta dello Spirito Santo (ora demolita) a Valle di Cadore. Quattro notai furono inviati a Venezia quali ambasciatori del Cadore per patteggiare la dedizione col doge Tommaso Mocenigo: Bartolomeo di Sala (Borca), Nicolò Palatino di Pieve, Antonio di Venas e Antonio Barnabò di Vallesella. Il Privilegium Communitatis Cadubrii costituisce l’atto di dedizione alla Repubblica di Venezia che consentì ai Cadorini di autogovernarsi secondo i loro antichi laudi e statuti.
Il Cadore rappresentava una zona di scarso interesse perché le comunicazioni internazionali si incanalavano per la valle dell’Adige e per i valichi delle Alpi centro-occidentali, ma dopo la dedizione alla Serenissima il flusso delle merci lungo la strada regia da Venezia per la Germania si fece più consistente e il commercio del legname fluitato lungo il torrente Boite e il fiume Piave vide un sensibile incremento.
Il trasporto delle merci avveniva per “ròdolo”, cioè secondo un certo ruolo o elenco che regolava il turno dei carrettieri dei vari paesi. Lungo il percorso c’erano le stazioni chiamate “ porto de le balle” perché le merci erano legate in balle o chiuse in sacconi.  Un porto era a Termine di Cadore, da dove i carrettieri di Valle  prelevavano le merci per condurle al loro paese, di qui quelli di Venàs le portavano a Borca; era quindi la volta di quelli di S. Vito che arrivavano fino in Ampezzo. L’ultima tappa era Ospitale dove le merci venivano prese in consegna dai tirolesi che attraverso la Pusteria raggiungevano il Brennero.
A Borca il porto delle balle era detto anche “dogana” perché qui le merci potevano essere ricoverate durante la notte. Dopo il 1511, anno in cui Ampezzo passò sotto l’Austria, il confine fu spostato tra San Vito e Ampezzo e il diritto di dogana veniva corrisposto prima di passare il ponte sul Rusecco.

2.3. Con i Francesi e con gli Austriaci
Nel 1797 la Rivoluzione francese arrivò in Cadore. Fu vera rivoluzione perché dal 1235 al 1797, nonostante cambiassero i “proprietari” (Patriarchi e loro vassalli, Serenissima repubblica di Venezia), i cadorini erano riusciti a ottenere il “privilegio” di governarsi con i loro statuti e laudi. Ritenevano che pure i francesi concedessero la riconferma dei loro antichi ordinamenti, ma non fu così perché furono soppressi insieme alle “Regole”.
Il Cadore formava un Distretto diviso in due Cantoni: Pieve e Auronzo, i quali erano divisi in più Comuni che a loro volta si smembravano in Frazioni. Furono istituite le municipalità: Pieve (con Domeggee, Calalzo, Perarolo, Ospitale e Valle), Lozzo (con Auronzo, Lorenzago e Vigo), Vodo (con Venàs, Cibiana, S. Vito, Borca e Zoppè), Selva (con Pescul e Caprile), Forni Savorgnani (ossia Forni di Sopra e Forni di Sotto). Il Cadore, prima di passare sotto l’Austria (1814-1866), dovette sopportare le scorrerie di Giuseppe Hirchstein e i “cappelloni” di Andreas Hofer (1809).
Di questo travagliato periodo storico l’Archivio parrocchiale di Borca conserva la ricevuta della forzosa consegna dell’argenteria della chiesa ai francesi (1797), un conto  per “li briganti francesi” (1809) e un altro per le truppe austriache (1809). 
In questa tormentata temperie Borca fu segnata da una funesta tragedia: il 21 aprile 1814 una frana caduta dall’Antelao cancellò le frazioni di Taulen e Marceana facendo 314 morti.
Nel 1822 fu istituito il Comune di Borca e fu diviso il territorio dei monti consortivi di cui Borca godeva con San Vito.
 
2.4. Gli anni del Risorgimento
L’eco dell’insurrezione di Venezia (17-22 marzo 1848) che cacciò gli austriaci e che ricostituì la Repubblica Veneta arrivò in Cadore e portò a una sollevazione antiaustriaca. Sotto la guida di Pier Fortunato Calvi il Cadore scrisse una delle più eroiche pagine della sua storia. Dopo le vittoriose battaglie alla Chiusa di Venàs del 9 e del 28 maggio purtroppo Vodo, Cancìa e Borca subirono le rappresaglie del nemico con incendi e saccheggi. Il 5 giugno il Cadore stremato per l’a ssenza di viveri e di munizioni dovette arrendersi.
Anche questo tormentato periodo è ricordato nell’Archivio parrocchiale. Nelle prime pagine del libro canonico dei nati dal 1829 al 1861 si legge: “25 maggio 1848. Occupate per 13 giorni le I.R. Truppe Austriache a Borges diedero il sacco totale, anzi e sterminarono di Cancìa quasi per intero le case e il danno generale venne calcolato di quasi mezzo millione, e questa Canonica fu nei mobili rovinata del tutto, fin forati li muri, per cui il sottoscritto calcola un danno di austriache £ 14353 compreso il guasto d’una superba scansìa di libri. P. Mattia Pampani Curato. A San Simon derubata la pisside e gli ogli santi e quattro tovaglie d’Altare, tre camici e piccoli altri generi di biancheria, oglio destinato pel lume del SS.mo nonché parecchie paia di torcie e varie candele”.

2.5. IL Regno d’Italia
Ai primi di ottobre del 1866 alla fine della terza guerra d’Indipendenza Giuseppe Zanardelli commissario del Re visitava il Cadore e il 26 novembre ci furono le elezioni politiche che videro eletto don Natale Talamini quale rappresentante del Cadore in seno al parlamento del Regno d’I talia. Il 15 dicembre era già a Firenze per la seconda sessione della IX legislatura.  
Il 27 luglio 1868 anche la comunità di Cancìa fu colpita da una frana; il tragico evento fece 11 vittime, 13 case furono sepolte e molte altre distrutte.
Nel 1898, nel cinquantesimo della resistenza cadorina del 1848, il Re concesse al Cadore la medaglia d’oro al valor militare.
Il 24 maggio 1915, con l’inizio delle ostilità tra Italia e Austria, il Cadore fu sede del primo corpo d’armata, formato dalle divisioni seconda e decima. La guerra fu combattuta particolarmente sui monti Piana, Cavallino, Son Pouses, Croda d’Ancona, Forame e Tofane. Il 3 novembre 1917 il corpo d’armata lascia le posizioni e si ritira verso il Grappa. Dopo il periodo dell’invasione, nell’autunno del 1918 inizia la riconquista del Cadore che si concluderà con l’a rmistizio del 4 novembre.

2.6. La Repubblica Italiana
Nel giugno 1940 l’Italia, legata da un patto con la Germania, entra in guerra contro l’I nghilterra, la Francia e poi con la Grecia, la Juguslavia, la Russia e parte dell’America. Avvenuta l’invasione tedesca della patria nel settembre 1943 molti cadorini insorsero in armi e caddero combattendo contro l’invasore o furono da questi fucilati o impiccati. E’ storia recente quella scritta nel dopoguerra: la ricostruzione del paese e il referendum che introdusse in Italia il governo repubblicano. Il Cadore da un’economia legata soprattutto all’allevamento di bovini e ovini e all’agricoltura passò ad una più imprenditoriale legata al turismo. Si svuotarono le stalle e si abbandonarono i prati; il legname del bosco, da sempre considerato la ricchezza del Cadore, non fu più sfruttato e Borca non fu insensibile a questa trasformazione. L’insediamento del villaggio turistico della società Agip ne rappresenta l’esempio più significativo.
La ricostituzione delle antiche Regole ha interessato anche Borca. La legge n. 97 del 31.1.1993 all’art. 3 riconosce le Regole quali enti di diritto privato  e conferisce alle Regioni l’incarico di darne attuazione. La Regione Veneto il 19 agosto 1996 ha emanato la L.R. n. 26 dando l’opportunità di ricostituire le Regole con compiti di gestione dell’antica proprietà.

3. ORGANIZZAZIONE CIVILE E RELIGIOSA

3.1. La Magnifica Comunità di Cadore, il Centenaro di San Vito, i Consorzi dei Monti di Vodo e di San Vito
Per gli abitanti residenti stabilmente in Cadore si affermò il concetto di origine longobarda secondo il quale i boschi e i pascoli erano proprietà comune e indivisibile di quelle famiglie che da lungo tempo godevano del pascolo comune e che trasmettevano il loro diritto ai propri discendenti. Per disciplinare l’uso di tali beni comuni e indivisibili era necessario darsi delle regole; era perciò necessario costituire un’autorità per fare rispettare quanto veniva deliberato nelle riunioni.
L’organizzazione civile pertanto era costituita dall’unione di più famiglie insediate su un determinato territorio chiamata Regola (derivazione dalla decana longobarda e franca), più Regole formavano il Centenaro (l’antica sculdascia o centena franca). Tutto il Cadore era diviso in 10 Centenari che costituivano la Magnifica Comunità di Cadore:
1. Ampezzo (quando nel 1511 passò all’Austria, Selva e Pescùl formarono un centenaro, per cui i centenari furono ancora dieci);
2. San Vito con le ville di Chiapuzza, Resìnego, Sèrdes, Borca, Taulèn, Marceana e Cancìa (e fino al 1511 Pescùl e Selva);
3. Venàs con le ville di Cibiana, Vìnigo, Peàio, Vodo e Zoppè;
4. Valle con le ville di Suppiane, Vallesina, Perarolo, Caralte, Ospitale, Davestra, Termine, Nebbiù, Tai e Damòs;
5. Pieve con le ville di Pozzale, Calalzo, Sottocastello, Grea e Rizziòs;
6. Domegge con le ville di Lozzo e Vallesella;
7. Oltrepiave con le ville di Vigo, Laggio, Pelòs, Piniè e Lorenzago;
8. Auronzo;
9. Comelico Superiore con le ville di Candide, Casamazzagno, Pàdola, Dosoledo, Costa, San Nicolò, Gera e parte di Danta;
10. Comelico Inferiore con le ville di Santo Stefano, Trasàga, parte di Danta, Casàda, Ronco, Costalissòio, Campolongo, San Pietro, Stavello, Costalta, Valle e Presenaio.
Borca apparteneva al Centenaro di S. Vito, mentre una parte di Cancìa partecipava con Vodo al Centenaro di Venàs.
Il Centenaro di San Vito, come gli altri nove, eleggeva tre rappresentanti per il Maggior Consiglio, mentre il controllo di Venezia era esercitato dal Capitano e da un Vicario indicati dal Maggior Consiglio e scelti tra il patriziato della Repubblica Veneta.
Il Consorzio dei Monti di San Vito, il cui laudo risale al 1239, disciplinava lo sfruttamento dei monti di Festornigo e di Rutòn da parte degli abitanti di San Vito e di Borca con le sue frazioni. Gli abitanti di Cancìa erano divisi fra coloro che partecipavano al Consorzio dei Monti di San Vito e quelli che erano consorti dei Monti di Vodo (Aiaròn, Serla e Sovellego). 
Con la soppressione napoleonica delle Regole anche il Centenaro di San Vito fu sciolto e la proprietà fu divisa tra S. Vito e Borca nella proporzione rispettivamente di 3/5 e 2/5. Uguale sorte toccò al Consorzio dei monti di Vodo: fu sciolto e la proprietà fu divisa nel 1850 tra i Comuni di Vodo e di Borca perché Cancìa vi apparteneva. Iniziò una lunga e aspra lite giudiziaria che si concluse soltanto nel 1933. Borca accettò la sentenza del Commissariato per gli usi civici di Trieste che assegnava in proprietà a Borca, a tacitazione di ogni diritto sui boschi di Ciauta, Cercenà e Valdecuzze, una modesta zona di Ha 119,2680 nelle località di Sarduana, Col dei Lather e Thigoliè.

3.2. La Regola Grande di Borca e la Regola della chiesa di San Simon
Borca con le sue frazioni di Taulen, Marceana e Cancìa costituiva la Regola Grande di Borca che aveva un proprio “Laudo” . Esso conteneva la confinazione del territorio, l’elenco delle vizze (boschi vincolati il cui taglio era deliberato dall’assemblea dei regolieri), i fondi posti sub regola, cioè terreni coltivati, arativi, prativi, che durante la stagione agricola venivano posti sotto tutela perché fossero rispettati da tutti e soprattutto dagli animali; conteneva pure le norme che disciplinavano le attività approvate dall’assemblea dei regolieri concernenti l’o rganizzazione civile e religiosa degli abitanti. Dalla Regola dipendevano anche le spese per la costruzione e il mantenimento della chiesa, del campanile, delle campane, del cimitero e quelle per i servizi religiosi. 
La Regola era presieduto dal marigo, carica annuale che tutti i regolieri a turno dovevano sostenere, il quale veniva affiancato da due laudadori che in caso di assenza, impedimento o negligenza lo sostituivano. Altra carica elettiva era quella dei saltari; questi dovevano fare rispettare quanto deliberato dalla Regola denunciando i trasgressori, pignorare i beni e riscuotere le multe. Il marigo rendeva conto della sua amministrazione alla scadenza dell’anno e consegnava la cassa al suo successore.
La Regola aveva competenze pure sulla gestione dei beni della chiesa; per tale officio venivano eletti i giurati del lume, duo o più regolieri incaricati di provvedere alla manutenzione ordinaria della chiesa e all’amministrazione del suo patrimonio.
Nel 1626 due avvenimenti modificarono l’ordinamento sociale della comunità di Borca: l’a mpliamento e la benedizione della chiesa di S. Rocco di Cancìa e l’erezione in curazia della chiesa di S. Lucia di Vodo.  L’emancipazione di Vodo da San Vito comportò lo smembramento della frazione di Cancìa: a Vodo  furono assegnate tre casate (Andreotta, De Ghetto e Mesuz) e due a Borca (Zanetti e Varettoni). Non era giusto, quindi, che i figli di S. Lucia di Vodo fossero amcora obbligati a partecipare alla gestione della chiesa di S. Simon in quanto la loro chiesa era diventata quella di S. Lucia. Per tale motivo fu istituita la Regola della chiesa di S. Simon di Borca che era governata da due sindici e da un giurato.


4. LE CHIESE

4.1. La chiesa distrutta dei SS. Simone e Giuda Taddeo di Borca (1331)
Le prime notizie di una chiesa a Borca dedicata a San Simone e Giuda Taddeo risalgono al 1331; dipendeva con Cancìa, Vodo, Peaio e Vinigo dalla chiesa plebana di S. Vito. La chiesa era ubicata nella “villa” di Sala, come risulta dalle mappe e disegni pervenutici, sotto la strada règia, all’interno del triangolo formato con  la via che scendendo attraversava il torrente Boite e portava alle frazioni di Taulen e Marceana.
Nel  1688 la chiesa è interessata ad un oneroso intervento di ristrutturazione ed ampliamento affidato a Lorenzo Tabacco che aggiunse due navate laterali con volte sorrette da tre archi e colonne. 
Tre erano gli altari: il maggiore dedicato ai Santi Simone e Taddeo, e due laterali dedicati, uno a S. Antonio Abate e l'altro alla Madonna di Loreto, la cui immagine lignea scampata alla frana del 1737, è attualmente venerata nella Parrocchiale di Borca.
L'emancipazione della Chiesa di Borca dalla Plebana di San Vito fu sancita dalle Autorità Ecclesiasiche soltanto nel 1694, nonostante le reiterate suppliche al Patriarca di Aquileia della popolazione risalenti ancora al 1440, che evidenziavano il disagio derivante dalla lontananza tra Borca e S. Vito, la non soddisfacente cura d'anime e per contro la solerte attenzione verso i sacri edifici e il cospicuo patrimonio fondiario della Chiesa di Borca. Con l'elevazione a Curazia, la popolazione poteva disporre di un sacerdote residente e la chiesa di S. Simone estese la sua giurisdizione sulle quattro "Vicìnie", cioè Borca, Sala, Taulèn, Marceana e parte di Cancìa.  
Nel 1702, in occasione di importanti lavori dell’edificio, il curato Nicolò Costantin rilevava nell’arco del coro la data 1469; probabilmente l’anno che ricorda la ricostruzione o l’a mpliamento della primitiva chiesa. 
Il 29 maggio 1735 è registrata la donazione di un organo fatta da Zuanne Perini quondam Baldissera. Per la verità l'organo di proprietà del Perini era già collocato da qualche tempo nella cantoria ma la Magnifica Regola di Chiesa di Borca, prima di impegnarsi finanziariamente in un necessario restauro, pretese una pubblica donazione da parte del proprietario che venne stipulata presenti l'organaro "l'Ill.mo Sig:r  Kavalier Valentino Zuliani” e il pittore incaricato di dipingere la cantoria “Domino Felice Arsiè". L'organo restaurato fu collaudato da Giovanni Ossi.
Il 7 luglio 1737, di domenica, una frana staccatasi dall'Antelao travolse la chiesa di S. Cancìano, l’intera frazione di Sala, distruggendo la chiesa di Borca, il campanile, la canonica e molte abitazioni; soltanto 7 furono le vittime: 2 del paese e 5 forestieri. Una croce lignea collocata sulla destra dell’Alemagna all’uscita del paese verso San Vito ricorda il sito dove sorgeva la chiesa di Borca.

4.2. La nuova chiesa dei SS. Simone e Giuda Taddeo di Borca in località Giei (Fusineles) (1745)
La profonda religiosità e il generoso impegno finanziario dimostrati dagli abitanti di Borca verso la loro chiesa non furono di certo premiati, ma non per questo si piegarono al crudele destino. Con la stessa generosità e solerzia, immediatamente commissionarono il progetto per la nuova chiesa all'architetto Domenico Schiavi, e l'anno successivo, in località Fusineles, iniziò la costruzione.
I sacri edifici, ancor prima dell'anno mille e sino al Rinascimento, erano disposti secondo la direzione est-ovest. Le chiese erano dunque orientate in modo che l'allineamento dell'asse centrale con il sorgere del sole fosse perfettamente raggiunto il giorno del santo patrono o, in alcuni casi, il giorno del solstizio estivo o di quello invernale. Queste due date erano particolarmente importanti in una società che viveva del lavoro agricolo e che era totalmente dipendente dai ritmi delle stagioni e delle coltivazioni.
Non avendo vincoli di spazio, per il generoso gesto del patrizio Sagredo che regalò alla comunità di Borca il terreno dove erano i suoi forni dismessi posti in località Gei (o Fusineles), l'architetto Domenico Schiavi di Tolmezzo, incaricato del progetto, orientò il sacro edificio in modo che il sole (simbolicamente il Cristo risorto che rinnova la salvezza per i suoi fedeli) entrasse dalla lunga finestra di sinistra del presbiterio per la prima messa del mattino il 28 ottobre, giorno dei Santi Patroni Simone e Giuda. La realizzazione della chiesa fu affidata all’i mpresario Matteo Promper.
Nel 1742 la chiesa era terminata, ma fu consacrata soltanto nel 1745 dal cardinale Daniele Delfino patriarca di Aquileia in occasione della visita pastorale.
La costruzione della nuova chiesa fu ostacolata dagli abitanti di Taulen e Marceana che avevano pensato, con qualche opportuno ampliamento della loro chiesetta di S. Lorenzo, di poter evitare le ingenti spese per la fabbrica di un nuovo edificio sacro e poi da quelli di Cancìa che fecero presente al patriarca che la chiesa di S  Lorenzo era troppo piccola per contenere la popolazione e che la strada che da Cancìa portava a S. Lorenzo era assai più lunga di quella che andava alla frazione di Sala e che “riesce ancora sommamente malagevole e disastrosa e per le ascese e discese che devon farsi tutte ricoperte dalle rovine de predetti monti e per il Fiume Boite, che l'interseca, che in tempi piovosi non ammette il transito del ponte, e per l'orride nevi che l'inverno altamente l'ingombrano”.
La nuova chiesa venne a costare oltre 40.000 ducati e per far fronte all’ingente debito fu creata una sinergia tra la Regola di Chiesa e la Regola Grande di Borca. Per estinguere parte del debito si decise di tagliare 12.000 piante che furono trasportate a valle con 6000 carreggi in tre anni.
Una amara sorpresa emerge dal verbale della seduta del 3 giugno 1774 nella quale fu constatato che il valore dei boschi della Regola di Borca non era sufficiente nemmeno a pagare un quinto dei debiti contratti.

L'ARCHITETURA DELLA NUOVA CHIESA DI S. SIMON
La chiesa, esteriormente, è spoglia; l'alta facciata a capanna è arricchita soltanto da un oculo quadrilobato in pietra, sotto il quale è posta l'iscrizione “A+D/1738”. La porta maggiore, in pietra di Castellavazzo è sormontata da un timpano spezzato entro il quale, in una nicchia è posta una piccola statua del patrono S. Simone.
Il tetto, a due ripidi spioventi in scandola, copre l'interno ad un'unica navata illuminata da sei finestre a lunetta. La chiesa si conclude con un'abside poligonale che riceve luce da due lunghe finestre e da due lunette.
L'interno è in stile neoclassico di ordine ionico; negli intercolumni delle pareti laterali si aprono le cappelle, poco profonde, dei quattro altari e le  due porte, una a destra e l'altra a sinistra. Sopra la porta di sinistra una lapide ricorda la consacrazione della Chiesa avvenuta nel 1745; sopra quella di destra, un'altra lapide ricorda il restauro della chiesa fatto nel 1928.
Separato dall'arco trionfale è il presbiterio, pure questo scandito da lesene e capitelli ionici, il cui catino absidale è finemente decorato.  Fanno cornice all'altare maggiore gli inginocchiatoi e le nobili spalliere costruiti da Francesco Silvestri di Cortina tra il 1824 e il 1846. Sul pavimento di pietra di Castellavazzo vi è un sepolcro per i sacerdoti costruito nel 1771 dal curato Simone De Luca.

ALTARE MAGGIORE
Il primo altare dovrebbe essere stato un portatile, cioè uno provvisorio, perchè la Regola sottoscrisse con l'intagliatore di Valle di Cadore Giuseppe Cherobin il contratto per la fattura dell'altare maggiore soltanto il 24 aprile 1746, quando la chiesa era già stata consacrata dal patriarca di Aquileia.
Giuseppe Cherobin non riuscì a portare a termine il lavoro perchè morì. L'incarico di completarlo fu quindi affidato a Pietro Talamini Boluze, ma nemmeno lui riuscì a portarlo a compimento perchè morì. L’altare fu terminato da Giovanni Battista del Fabro di Pieve.
L'altare, addossato alla parete, è di legno ed è dipinto a finto marmo. Il fastigio è sorretto da due coppie di colonne di ordine corinzio poste su assi obliqui; le due colonne interne sono tortili e la mensa è a urna.
La bellissima pala centinata rappresentante la Vergine tra i Santi titolari Simone e Taddeo fu dipinta da Pietro Antonio Novelli nel 1773.

ALTARE DELLO SPIRITO SANTO (secondo a destra)
I due altari gemelli posti in fondo alla navata furono costruiti da Giuseppe Cherubin di Valle di Cadore nel 1741 e 1743 ed erano dedicati alla Madonna di Loreto (a sinistra) e allo Spirito Santo (o Scuola della Dottrina Cristiana).
Nel 1747 Pietro Talamini Boluze fu incaricato di costruire il terzo altare da  consacrare a S. Antonio abate e nel 1782 fu commissionato il quarto altare per venerare S. Giuseppe; di questo non ci è noto l’artefice, ma sappiamo che collaborò il m° Simon Bettio marangon di Borca.
Sempre nel 1782 fu deciso di trasferire in fondo alla chiesa i due altari di Cherubin essendo di fattura dignitosa ma modesta.
Il nuovo altare fu posto nella cappella della Madonna, mentre quello di S. Antonio abate fu collocato nella cappella dello Spirito Santo.
L'altare ligneo, dipinto a marmo, ha il fastigio a centina spezzata ed è sorretto da colonne binate di ordine corinzio. Due angioletti sono seduti sui vertici inferiori del frontone. Un ovale sopra l'architrave ricorda che fu costruito grazie alle elargizioni di molti benefattori.
La pala rappresenta la discesa dello Spirito Santo sulla Vergine e sugli Apostoli e fu dipinta nel 1779 da Pietro Antonio Novelli.

ALTARE DELLA MADONNA (secondo a sinistra)
L'altare ligneo, dipinto a marmo, ha il fastigio a timpano spezzato sorretto da due coppie di colonne di ordine corinzio non allineate e fu costruito nel 1782. Le colonne interne sono tortili. Sui vertici inferiori del frontone sono collocati due angioletti tibicini.
In questa cappella veniva venerata la statua della Madonna di Loreto. L’attuale statua risale a tempi recenti quando le autorità ecclesiastiche ordinarono di decorare gli altari con fiori freschi e non con quelli confezionati con carta, stoffa e lamiera e di non rivestire più le statue.

ALTARE DI S. GIUSEPPE O DELLA BUONA MORTE (primo a destra)
L'altare di legno dipinto a finto marmo grigio ha il fastigio a centina spezzata sorretta da colonne binate di ordine corinzio; le colonne interne sono avanzate. Sui vertici inferiori del frontone sono collocati due angeli tibìcini, mentre altri angeli ornano il fastigio.
La tela, che raffigura il transito di S. Giuseppe, fu dipinta nel 1860 da Giuseppe De Lorenzi di Tolmezzo.

ALTARE DI S. ANTONIO ABATE (primo a sinistra)
L'altare fu costruito da Giuseppe Cherubin ed è gemello di quello di S. Giuseppe.
La tela raffigurante S. Antonio abate e S. Sebastiano fu dipinta da Giuseppe De Lorenzi da Tolmezzo nel 1860.  Sull’altare è collocata pure una statua di S. Antonio da Padova scolpita in tempi recenti da Giovanni Battista De Lotto Minoto di San Vito.


I DUE QUADRI POSTI AI LATI DEL PRESBITERIO
Ai lati del Presbiterio sono collocate due preziose tele: a destra, “Il trionfo di David” attribuito a Gregorio Lazzarini e a sinistra “L’adorazione dei pastori” o “la Natività” di Antonio Balestra. Non appartenevano alla vecchia chiesa perchè quanto la arredava andò distrutto tranne la statua della Madonna lauretana e non furono di certo commissionate dalla Comunità di Borca ai due illustri pittori per quella nuova. E' probabile che siano state acquistate nelle aste che si svolsero dopo l'infausto decreto napoleonico del 26 aprile 1806 relativo all'avocazione demaniale e rimozione dei quadri dalle chiese e conventi con conseguente dispersione di un immenso patrimonio artistico.
La tela del trionfo di David, prima di essere collocata nel presbiterio della Chiesa di S. Simon, fu allargata sui quattro lati per adattarla a pendant a quella del Balestra che misura  cm 215 x 300.
Nulla è emerso dalle ricerche condotte negli archivi su come le due tele siano pervenute a Borca. L'unica notizia che riguarda le due tele è rappresentata da una ricevuta di austriache £ 10:80 rilasciata nel 1841 da Gio.Batta Sala per aver costruito due “soade sull’altare maggiore”.

LUNETTA SOPRA LA PORTA LATERALE DESTRA
Se per le due tele che arricchiscono il presbiterio della chiesa parrocchiale non abbiamo certezze sul loro acquisto e della loro provenienza, ben diversa è la situazione della lunetta raffigurante l'Incoronazione della Vergine con la SS. Trinità posta sopra la porta laterale destra. Le recenti indagini archivistiche hanno rivelato che la lunetta è opera del muranese Leonardo Corona (1561-1615) e che entrò nella Chiesa Parrocchiale di Borca soltanto nel 1896 per interessamento di Don Carlo De Luca, che la ottenne in deposito  dalla Regia Accademia, come era successo per tanti altri quadri sparsi nelle chiese venete.

DIPINTO DEL SOFFITTO
All'inizio del secolo scorso, in occasione di un generale restauro della chiesa, il pittore Guglielmo Saccon di Conegliano dipinse sul soffitto il disastroso evento del 1737. Vi sono raffigurate la statua della Madonna di Loreto e la pisside che, secondo una tradizione popolare raccolta dal notaio Giannantonio Talamini Boluzzi, sarebbe stata salvata perchè i sassi per proteggerla si disposero quasi per miracolo a tabernacolo e per diverse sera quel luogo si illuminò; fu così che una semplice e devota persona di Vodo dopo faticoso lavoro ritrovò la pisside che conteneva ancora le sacre ostie e non presentava alcuna ammaccatura o rottura. Fu gridato al miracolo, e a ragione, se si pensa che il Pievano di S. Vito e Arcidiacono del Cadore Bartolomeo Zambelli aveva interpretato la frana dell'Antelao come un castigo di Dio.

  
L'ORGANO
Terminata la chiesa e gli altari la Regola pensò di dotarla di una cantoria e di un organo che furono costruiti nel 1791. L'organo fu commissionato a Gaetano Callido, mentre la cantoria e la cassa dell'organo, progettate dal celebre architetto Antonio Selva di Venezia, furono realizzate da Bortolo Bianchi da Cibiana, un imprenditore che fu allievo dell’architetto di Tolmezzo Angelo Schiavi figlio del più celebre Domenico.
L'organo del Callido nel corso degli anni ebbe più volte bisogno di manutenzione e accordatura.  La comunità di Borca, forse già dal 1850, guardava con un certo interesse e non senza qualche punta di invidia, il nuovo organo che i fratelli Bazzani avevano fatto per la chiesa di S. Vito, uno strumento aggiornato con le ultime applicazioni dell'arte organaria, in particolare ricco di ance, piatti, campanelli, adatto per riproporre in chiesa le melodie più conosciute e amate del repertorio operistico. Furono chiamati i fratelli Giacobbi di Bassano per ampliarlo aggiungendo  quei registri di moda che avrebbero dato nuovo colore e smalto alle esecuzioni musicali.
Nel 1970, su iniziativa del parroco don Osvaldo Bortolot, l’organaro Alfredo Piccinelli di Padova restaurò il monumentale strumento riportandolo alla sua originaria fisionomia fonica.

DESCRIZIONE DELLO STRUMENTO
L’organo è di tipo “doppio”, cioé composto da due organi: uno principale (il primo) e uno di risposta (il secondo). La facciata è costituita da 23 canne del principale, disposte a cuspide con ai lati due ali ascendenti, davanti a cui si trovano quelle dei tromboncini. Il secondo organo è posto sul lato destro ed è chiuso frontalmente da due ribalte. I due manuali hanno 47 tasti (Do1 – Re5) e la prima ottava corta. La pedaliera, a leggìo, è di 18 note con prima ottava corta (Do1 – Sol#2) e con  l’ultimo pedale per il rollante. La divisione tra Bassi e Soprani è ai tasti Do#3 – Re3. Il tiratutti è a manovella e a doppio pedaletto; il pedaletto dell’unione tastiere è a incastro ed è posto in basso a destra. I registri sono comandati da due file di pomelli a tiro disposti ai lati delle tastiere (a destra per il primo organo e a sinistra per il secondo).


PRIMO ORGANO (tastiera superiore)
Principale Bassi 8’;                                              Voce umana
Principale Soprani 8’;                                          Flauto in 8.va Bassi
Ottava                                                                     Flauto in 8.va Soprani
Quintadecima                                                       Flauto in 12.ma Bassi
Decimanona                                                         Flauto in 12.ma Soprani
Vigesimaseconda                                               Cornetto [soprani 1 3/5’]
Vigesimasesta                                                     Tromboncini Bassi 8’
Vigesimanona                                                      Tromboncini Soprani 8’
Trigesimaterza [cessa al fa2]                            Tromboni [al pedale 8’]
Trigesimasesta [cessa al do2]
Contrabbassi [al pedale 16’]
Ottava di Contrabbassi [al pedale; il pomello è costantemente unito a quello dei contrabbassi] 


SECONDO ORGANO (tastiera inferiore)
Voce umana                                                           Principale Bassi 8’
Flauto in 8.va Bassi                                               Principale Soprani 8’
Flauto in 8.va Soprani                                           Ottava
Cornetto [soprani 1 3/5’]                                       Quintadecima
Violoncello Bassi 8’& #160;                                 Decimanona
Violoncelli Soprani 8’& #160;                               Vigesimaseconda

IL CAMPANILE
La frana del 1737 distrusse pure il campanile della chiesa posta nella “villa” di Sala. Le notizie del campanile risalgono ai primi decenni del ‘500. Negli anni settanta del ‘500 fu interamente ricostruito da due “mistri todeschi”. Era addossato alla parete della chiesa dalla parte della sacristia; era “alto, accuminato, coperto di legno con all’apice una croce di ferro, le pareti solide e tre campane di cui una è la più grande”.
Queste notizie sono contenute nei verbali della visita pastorale fatta dal patriarca di Aquileia Ermolao Barbaro nel 1604. Il notaio Taddeo Jacobi (sec. XVIII-XIX) scrive che il campanile “benché antico, era costruito di bella forma, e terminato con la pinna principale corredata di 4. piramidi gli angoli, e quindi vago a vedersi”.
Il progetto di ricostruzione della chiesa prevedeva pure l’innalzamento del campanile e nel 1743 la Regola della chiesa di Borca deliberò di costruirlo secondo il progetto dello Schiavi. Fece male i calcoli perché nel 1745, per mancanza di risorse finanziarie, decise di innalzare un campanile provvisorio di legno affidando l’incarico della costruzione a Gio. Batta Vareton. Finalmente nel 1798 fu stipulato il contratto con Bortolo e Antonio Bianchi di Cibiana e Giuseppe de Ghetto di Cancìa per edificare il campanile staccato dalla chiesa.
Il manufatto, ad eccezione del bulbo e dell’angelo posti sulla sommità, è uguale a quello progettato dallo Schiavi. La data MDCCCIC incisa sopra la porta segna l’inizio dei lavori; il campanile fu infatti completato nel 1804.

4.3. LA CHIESA DI SAN ROCCO DI CANCÌA (1614)
Nella “villa” di Cancìa esisteva un vecchio capitello costruito nel 1614 che minacciava di rovinare; per tale motivo il pievano di S. Vito suggerì agli abitanti di ampliarlo e di dedicarlo ai SS. Rocco e Sebastiano. A conclusione dei lavori il patriarca concesse la licenza di celebrare la festa del titolare S. Rocco e nella visita pastorale del 1626 il vescovo Eusebio Caimo consacrò il sacro edificio.  
Il 13 novembre 1642 l'agente dei Sagredo Zuanne Zorzi, per conto degli abitanti di Cancìa, chiese licenza al patriarca di poter ricostruire la chiesa, per dare la possibilità ai fedeli di poter assistere ai sacri riti al coperto. I lavori iniziarono nel 1643 e terminarono nel 1646. Il nuovo edificio misurava m 9 x 6,70, il presbiterio m 6,50 x 6,50 e la sacrestia m. 2,5 x 2,5.
L’altare maggiore fu commissionato nel 1664 al m° Antonio Giacobbi scultore di Pieve che portò a compimento il lavoro nel 1669 non senza qualche strascico giudiziario. L’altare è di legno dorato con due colonne di ordine corinzio con il fusto scolpito a racemo; nell'intercolumnio è posta la preziosa tela che raffigura la Vergine con i SS. Rocco e Sebastiano di autore ignoto. Ai lati della mensa due bassorilievi raffigurano l'Annunciazione.
L'altare di destra, dedicato a S. Antonio di Padova, fu consacrato nel 1684. E’ di legno dorato; due coppie di colonne con il fusto a racemo sorreggono il fastigio a timpano. Nell'intercolumnio è collocata la tela centinata raffigurante il santo taumaturgo della quale non si conosce l’autore.
Nel 1693 furono incaricati Zuanne Sala e suo fratello di costruire a sinistra l’altare di S. Domenico. E’ di legno dorato, con fastigio a timpano sorretto da due coppie di colonne con il fusto a racemo; la bella tela centinata raffigura S. Domenico ed è di autore ignoto. 
A metà Ottocento la frazione di Cancìa contava 450 anime perciò gli abitanti  decisero di affrontare l'ingente spesa per un ampliamento della chiesa. Nel 1848 il Commissariato Distrettuale di Pieve incaricò l'ing. Osvaldo Palatini di redigere il progetto. L'elaborato prevedeva la totale demolizione del vecchio edificio per ricavare una navata di m. 16 x 8, un presbiterio di m. 6,50 x 6,50 e una sacrestia più spaziosa. L'ampliamento avrebbe occupato anche parte dell'area del cimitero, non più usato da una trentina d'anni, che circondava la chiesa a mezzogiorno e a sera.
La frazione intendeva far fronte alla spesa con un taglio nel bosco di Soratiera di proprietà di Cancìa, con offerte volontarie, con opere manuali e carreggi gratuiti.
Ben presto le Autorità si resero conto che il progetto di ampliamento era troppo ambizioso e oneroso  e così l'ing. Palatini ne redasse un altro più modesto e accettabile che interessava, al momento, soltanto la navata. Il vecchio prebiterio, la sacrestia e le due cappelline laterali sarebbero stati demoliti in un secondo momento, ciò che fortunatamente non si verificò.
Il nuovo progetto piacque, anche perchè i costi dei lavori previsti in £ 17100 furono dimezzati. La popolazione corrispose £ 3043.28 con offerte e materiali, comunque insufficienti, ma il benemerito Giovanni Battista De Ghetto de Bastian di Cancìa, persona agiata e senza parenti, mise a disposizione la notevole somma £ 5170.10 per coprire le spese preventivate e fino al compimento dei lavori.
Nel 1864 l’ing. Palatini potè redigere la relazione conclusiva.
 Nel 1974 il parroco di Borca don Osvaldo Bortolot, con gesto munifico, donò alla chiesa frazionale un organo costruito nel 1773 dal marchigiano Giuseppe Fedeli che fu posto nell'ottocentesca cantoria sopra la porta centrale.

IL CAMPANILE
Le prime notizie sul campanile di Cancìa risalgono al 1673; sotto quell'anno, nel libro dei conti di S. Rocco, sono registrate in uscita £ 807:4 per l'acquisto di una campana e altre spese per il trasporto della medesima da Venezia a Serravalle e poi a Cancìa. Soltanto nel 1680 gli abitanti ottennero dalle autorità la licenza di poterlo costruire staccato dalla chiesa, sopra la strada regia.
Nel 1828 il campanile risultò bisognoso di lavori e la Deputazione Comunale di Borca commissionò una perizia ad Antonio Serafini. Non se ne fece nulla fino al 1834 quando un fulmine colpì il campanile rendendone precaria e pericolosa tutta la struttura. La frazione, dopo aver chiesto una nuova perizia ad Antonio Serafini, informò le Autorità civili che il campanile era pericolante e che chiesa e strada non erano sicure. Prontamente il Regio Commissario dispose la chiusura al culto della chiesa di S. Rocco e la demolizione del vecchio campanile.
Fu stesa una bozza di contratto con Lorenzo Pivirotto falegname e muratore, ma che non fu sottoscritta, perché nel frattempo Gio. Batta q. Gio. Maria de Ghetto di Cancìa si offrì di ricostruire il campanile.
Sopra la porta del campanile e incisa la data MDCCCXXXVI. Nella ricostruzione furono riutilizzate le bifore centinate e la balconata  del vecchio campanile. Il bulbo ricoperto di scandole sorregge l'angelo tibìcine.

4.4. LA CHIESA DI SAN LORENZO DI TAULÈN (VILLANOVA) (1684)
Sono i verbali della visita pastorale del 1684 che ci documentano l’esistenza della chiesa di S. Lorenzo nella frazione di Taulèn; è da supporre, quindi, che sia stata costruita nel periodo che va dal 1659 (anno della precedente visita il cui verbale non  menziona la chiesa) al 1684. 
La chiesetta, pur essendo di dimensioni contenute, aveva due altari, il maggiore dedicato a S. Lorenzo e uno laterale dedicato a S. Valentino. Dopo la frana del 1737 divenne per qualche anno la chiesa della Comunità di Borca; qui furono trasferiti il santissimo, il battistero e il cimitero. Gli abitanti di Taulèn e Marceana proposero di ampliarla al fine di evitare le ingenti spese per la riedificazione della chiesa distrutta, ma una sentenza dogale mise fine a questo progetto e con il senno di poi non possiamo che dar ragione alla sentenza perché nel 1814 le due frazioni di Taulen e Marceana con la chiesa di S. Lorenzo andarono distrutte da un’altra frana.
Soltanto nel 1891 fu possibile iniziare i lavori della nuova chiesa grazie ad una cospicua donazione fatta da don Tommaso Varettoni parroco di Rio San Martin in diocesi di Treviso e nipote del pievano di Candide Osvaldo Varettoni.
Di linee semplici, con copertura a due falde in scandole, la chiesa ha un solo altare ornato da una bella tela rappresentante la Madonna della Salute tra i Santi Lorenzo e Tommaso da Villanova dipinta da Tommaso Da Rin. Il tabernacolo è impreziosito dalla porticina in ferro e dalla cornice in pietra sulla quale è scolpita la data 1694, che ornavano la nicchia dei sacri olii nella chiesa di Cancìa.

4.5. LA CHIESA CAMPESTRE DI S. CANCÌANO (1418)
Le prime notizie sulla chiesa campestre di S. Cancìano risalgono al XV secolo. Apparteneva al Centenaro di S. Vito ed era ubicata sul monte detto di S. Cancìano distante un miglio dalla chiesa di S. Vito. Fu distrutta dalla frana del 1737 e da una perizia fatta nel 1904 dall’a grimensore Pio Zanetti risulta che il punto dove sorgeva era “a metri orizzontali 368 distante ed a mattina dell’a ttuale Regia strada postale dell’Allemagna, e tenuta con detto atto come punto preciso di linea divisoria fra i predetti Comuni di S. Vito e Borca”. La chiesa fu ricostruita in un luogo più comodo, cioè accanto alla strada regia che passava a valle in territorio di S. Vito a 94 m. dal confine con Borca. Ora la strada d’Alemagna, costruito nel 1823, scorre a monte della sacro edificio.
Con la soppressione del Centenaro di S. Vito e la conseguente divisione dei beni tra S. Vito e Borca, anche la proprietà della chiesa di S. Cancìano fu divisa con i medesimi carati assegnati ai due comuni: 3/5 per S. Vito e 2/5 per Borca.  


4.6. LA CHIESA DI  NOSTRA SIGNORA DEL CADORE NEL VILLAGGIO DI CORTE
Sin dalla redazione del piano urbanistico del villaggio di Corte l'architetto Edoardo Gellner individuò il luogo ideale, poco al di sopra dell'albergo Boite, per costruire la chiesa. L'edificio sacro fu progettato dall'architetto cortinese che si avvalse della collaborazione di Carlo Scarpa.
La costruzione si caratterizza per la struttura in calcestruzzo lasciato al grezzo, per la copertura a due falde fortemente spioventi in legno e acciaio, per il pavimento in zocchi di larice, per l'intelaiatura metallica, per le sette campane in sostituzione del tradizionale campanile e per l'esile e alta guglia in acciaio, simbolica immagine di un vigoroso getto di oro nero che fora il cielo, omaggio al committente Enrico Mattei presidente dell'E.N.I. All'interno è collocata una crocifissione di Fiorenzo Tomea di Zoppè di Cadore e una statua di Nostra Signora del Cadore scolpita nel 1966 da Luigi Strazzabosco. L'altare maggiore, rivolto verso i fedeli, anticipa le disposizioni sull'edilizia sacra emanate dal Concilio Vaticano II. Sul vasto pronao è collocato un grosso organo a trasmissione elettrica della ditta Ceciliana di Padova.
Iniziò nel 1958 la costruzione della chiesa che fu consacrata il 21 agosto 1961 dal vescovo di Belluno Gioacchino Muccin e da lui dedicata a Nostra Signora del Cadore.

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